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mercoledì 27 gennaio 2016

Il Giorno della Memoria: ricordando Arpad Weisz


Storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo

Oggi non è un giorno qualunque, oggi è il Giorno della Memoria. Il 27 Gennaio del 1945 la guerra non era ancora terminata, bisognerà infatti attendere ancora qualche mese per la fine definitiva, eppure è in questo giorno che, con l'ingresso delle truppe sovietiche nel campo di concentramento di Auschwitz, l'umanità intera verrà a conoscenza dell'orrore che si nascondeva dietro quei campi. In una giornata come questa, il mondo dello sport non può esimersi dal celebrare personaggi che hanno perso la vita a causa soltanto  della loro estrazione culturale o etnica. Uno degli esempi più noti, ma forse poco raccontato, è quello di Arpad Weisz, la cui storia è stata brillantemente descritta da Matteo Marani nel libro 'Dallo scudetto ad Auschwitz'. A colpire non è soltanto quel senso di indignazione misto a commozione che la lettura del libro suscita, ma come la storia di un personaggio noto, nel mondo dello sport, come lui per anni è rimasta per anni avvolta nel mistero. 
Lo stesso Marani nella prefazione del libro si chiede: "Arpad Weisz aveva conquistato scudetti e coppe. Ben più di tecnici tanto acclamati oggi. [...] Sarebbe immaginabile che qualcuno di loro scomparisse di colpo? A lui è successo." Arpad nacque a Solt, cittadina ungherese ai confini con l'Austria, il 16 Aprile 1896. La sua carriera da calciatore ha inizio nel Torekvés, il motto di questa squadra è 'Sogno ad occhi aperti', di sicuro non un semplice caso. Eppure,fin da quando era stato fatto prigioniero sul Carso dal regio esercito, si capiva che c'era l'Italia nel destino del giovane ungherese.Visionato durante l'amichevole Italia-Ungheria giocata a Genova, passerà al Padova. Con la maglia dei biancoscudati conta appena 6 presenze, condite da un goal. Ma saranno queste poche apparizioni a garantirgli la chiamata dell'Inter, a quei tempi denominata Ambrosiana. A causa di un brutto infortunio, proprio a Milano concluderà la propria carriera da giocatore. Ma, dopo un anno sabatico trascorso in Sudamerica (periodo nel quale completa la sua formazione calcistica), sarà ancora l'Inter a volerlo, questa volta, nel ruolo di allenatore. Alla guida dell'Inter non solo scoprirà Giuseppe Meazza, detto 'Il Balilla', ma porterà la squadra alla vittoria del primo campionato a girone unico. Arpad aveva appena 34 anni, nessuno è mai riuscito a vincere il campionato italiano a quell'età. Nel frattempo con un dirigente dell'Inter scriverà 'Il manuale del giuoco del calcio', caposaldo per il successivo sviluppo, a livello tecnico, del calcio in Italia. Ma non sarà Milano la città a regalargli maggiori soddisfazioni come tecnico, bensì Bologna.


Con il Bologna calcio non solo conquisterà due scudetti, ma nel 1937 vincerà il Torneo dell'Esposizione Universale (la Champions League dell'epoca), imponendosi in finale con un secco 4-1 sui maestri inglesi del Chelsea. Arpad Weisz è il più grande allenatore dell'Europa, ma da questo momento in poi la sua vita subirà un drastico cambiamento. Con la promulgazione delle legge raziali, istituite nel 1938 dal regime fascista, Arpad con la moglie Ilona e i figli Roberto e Clara è costretto ad abbandonare l'Italia. Dapprima si trasferirà  in Francia, precisamente a Parigi, e in seguito nei Paesi Bassi, dove allenerà il Dordrecht. Ma perché, pur avendo dei contatti, non è andato in Sudamerica per salvare sé stesso e la sua famiglia? Semplice, lui è su questo pianeta per insegnare a giocare a calcio, il calcio è la sua vita. L'Olanda ufficialmente non prende parte alla Seconda guerra mondiale, ma non è un posto sicuro, la Germania è lì vicino. E' una mattina del 1942 quando la  Gestapo arriva a casa dei Weisz. La famiglia viene divisa: la moglie e i figli vengono deportati ad Auschwitz, dove troveranno la morte nelle camere a gas; Arpad viene invece assegnato in un campo di lavoro nell'Alta Slesia. Ad Auschwitz però Arpad arriverà comunque, proprio lì infatti morirà la mattina del 31 Gennaio 1944. Storie come queste servono per sperare che quest'indicibile orrore non si ripeta mai più.

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